a cura di Elisa Zuri

Io morirò

Sto leggendo I vagabondi di Olga Tokarczuk, la scrittrice polacca vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2018. Ieri sera ho finito un capitolo di cui sono protagoniste due donne: Annuška, la madre di un bambino gravemente ammalato, e una barbona. Annuška esce dall’appartamento in cui vive alla periferia di Mosca. È la sua giornata settimanale di libertà. Oggi sarà la suocera a occuparsi del bambino. Intanto lei andrà in farmacia, in chiesa e al cimitero, come fa ogni settimana.

All’uscita della stazione Kievskaja della metropolitana passa accanto a una barbona che “cammina sul posto in tondo o disegnando degli otto, lanciando le sue maledizioni, simile a un mucchio di stracci inzuppati”. Nel passare accanto alla strana figura senza nome, Annuška, che del suo nome non riuscirà a disfarsi, accelera “il passo, ha paura che la donna possa importunarla, che nel flusso di quelle parole di rabbia possa sentire pronunciato il suo nome”.

Ma le parole della barbona sono incomprensibili a tutti quelli che, andando al lavoro o tornando a casa, la oltrepassano a distanza di sicurezza. Neanche Annuška riuscirà a sentirle.

Solo al lettore, a storia conclusa, la scrittrice dà la possibilità di ascoltarle.

 

Cosa diceva la fuggiasca intabarrata

 

Dondola, continua, muoviti. È l’unico modo che hai di sfuggirgli. Colui che governa il mondo non ha potere sul movimento e sa che il nostro corpo in movimento è sacro, solo allora potrai sfuggirgli, una volta che sarai partita. Lui regna su ciò che è immobile e congelato, su ciò che è passivo e inerte.

Quindi vai, dondola, cammina, corri, scappa perché il momento che ti dimenticherai e ti fermerai, le sue grandi mani ti afferreranno e ti trasformeranno in un burattino, il suo respiro ti avvolgerà con fumo puzzolente di gas di scarico e di discariche dell’immondizia. Lui trasformerà la tua anima scintillante e colorata in una piccola anima piatta, ritagliata dalla carta, dal giornale, e ti minaccerà con il fuoco, con la malattia e la guerra, ti spaventerà fino a quando perderai la pace e smetterai di dormire. Ti contrassegnerà e ti iscriverà nel suo registro, ti darà un documento della tua caduta. Ti occuperà la mente con cose poco importanti, cosa comprare e cosa vendere, dove conviene di più e dov’è più caro. Da questo momento ti preoccuperai di inezie – il prezzo della benzina e quanto inciderà sulla rata del mutuo. Vivrai ogni giorno affranta dal dolore come se stessi espiando una pena, per un reato ignoto che non saprai mai da chi e quando è stato commesso.

Una volta, tanto tempo fa, lo zar provò a riformare il mondo, ma subì una sconfitta e il mondo cadde tra le braccia dell’anticristo. Dio, quello vero, quello buono, venne scacciato dal mondo, le navi con il potere divino vennero distrutte, assorbite dalla terra e scomparvero nelle sue profondità. Ma quando parlò sottovoce dal suo nascondiglio, lo udì un uomo giusto, un soldato di nome Eufemio, che memorizzò quelle parole nella sua mente. Durante la notte buttò via il fucile, si tolse l’uniforme, slegò i lacci e si tolse gli stivali. Stava in piedi sotto il cielo, nudo come Dio l’aveva creato, e poi corse nel bosco e indossato un soprabito cominciò a vagare di villaggio in villaggio, annunciando la terribile notizia. Scappate, fuggite dalle vostre case, andate, pellegrini, perché solo in questo modo si possono evitare le trappole dell’anticristo. Qualsiasi battaglia in campo aperto con lui sarà una sconfitta. Lasciate tutto ciò che possedete, rinunciate alla terra e mettetevi in cammino.

Perché tutto ciò che ha un posto fisso su questa terra, ogni nazione, chiesa, governo umano, tutto ciò che ha conservato una forma in questo inferno si mette al suo servizio. Come tutto ciò che è definito, che va da qui a là, che rientra in uno schema, che è iscritto in un registro, numerato, evidenziato, sottoposto a giuramento; tutto ciò che è raccolto, messo in vista, etichettato. Tutto ciò che blocca: case, poltrone, letti, famiglie, terra, semina, piantagione, l’osservazione della crescita, la pianificazione, l’attesa dei risultati, la cancellazione degli orari, l’esecuzione degli ordini. Cresci i tuoi figli, dal momento che li hai partoriti inavvertitamente, e poi parti; seppellisci i genitori, che ti hanno imprudentemente chiamato a esistere, e vai. Scappa lontano, fuori dalla portata del suo respiro, oltre i suoi cavi e fili, antenne e onde, in modo che i suoi strumenti sensibili non riescano a trovarti.

Chi fa una pausa diventerà di pietra, chi si arresta verrà infilzato come un insetto, il suo cuore sarà trafitto da un ago di legno, le sue mani e i suoi piedi saranno infilzati e fissati alla soglia e al soffitto.

È così che è morto Eufemio quando si è ribellato. È stato catturato e il suo corpo inchiodato alla croce, immobilizzato come un insetto, in mostra agli occhi umani e disumani, ma sono soprattutto quelli disumani che godono maggiormente di questo genere di spettacoli; nulla di strano quindi che lo ripetano ogni anno e festeggino pregando su un cadavere.

Per questo i tiranni di ogni tipo, servitori infernali, hanno nel sangue l’odio per i nomadi – per questo perseguitano i gitani e gli ebrei, per questo costringono a diventare sedentarie tutte le persone libere, marcandole con un indirizzo che diventa la nostra sentenza.

Quello che vogliono è costruire un ordine solido, rendendo il trascorrere del tempo soltanto un’apparenza. Vogliono che i giorni si ripetano tutti uguali e non si distinguano, e costruire una grande macchina nella quale ogni creatura dovrà occupare un proprio posto ed eseguire movimenti apparenti. Istituzioni e uffici, timbri, circolari, una gerarchia e poi lotti, livelli, concessioni e rifiuti, passaporti, numeri, carte, risultati elettorali, promozioni e raccolte punti, collezioni, scambi di cose.

Vogliono bloccare il mondo con l’aiuto di codici a barre, etichettare ogni cosa, che sia chiaro di che prodotto si tratta e quanto costa. Che questa nuova lingua straniera sia illeggibile agli uomini, che la possano leggere soltanto le macchine e i distributori; così che di notte, nei grandi negozi sotterranei, possano organizzare letture delle proprie poesie in codici a barre.

Muoviti, vai. Beato è colui che parte.

 

Sono parole che non rispettano la distanza di sicurezza a cui mi sto esercitando, mi investono come il tanfo di un corpo non lavato da tempo, quello della barbona che all’improvviso mi ritrovo accanto. Tagliano la faccia come il vento in montagna, anche se sono chiuso in casa, in città, con le finestre chiuse e il riscaldamento acceso, gli occhi sul libro. Come ogni sera in questi giorni immobili. Lo faccio per proteggere me e gli altri dal contagio, per tutelare i più deboli, per rimanere vivi.

Eppure le parole della barbona mi mettono a disagio, non riesco a bollarle come lo sfogo di un’emarginata, il delirio di una complottista o l’elegia demagogica di una letterata che parla attraverso un personaggio. Contengono una verità che mi viene addosso senza lasciarmi il tempo di alzare le difese. La verità inconfessabile che tutti ci accomuna: che tutti moriremo, che tutti sappiamo che moriremo, che tutti siamo nati per morire. E soprattutto che la vita si può vivere solo mettendosi in pericolo. Lo abbiamo dimenticato da quando non rischiamo più – per mangiare – di essere azzannati da un animale selvatico mentre cerchiamo di cacciarlo.

Ma ora siamo di nuovo in pericolo. Tutti, senza distinguo di carattere morale. Eppure, se per l’Hiv si era parlato di castigo divino nei confronti di persone che praticano una sessualità etichettata “contro natura”, oggi si parla della natura che col Covid-19 ci castiga per l’inquinamento. Ma i virus – a differenza dei cambiamenti climatici, quelli sì causati dall’inquinamento – sono sulla terra da prima di noi. Nonostante Galileo e la fisica quantistica ci è difficile farci da parte, rassegnarci al fatto che non siamo mai stati misura di tutte le cose, accettare che per la natura siamo una specie come un’altra, meno resistente di altre, che non merita le sue ire. Non riusciamo a raccogliere l’invito della barbona a dimenticare i nostri indirizzi, a non cercare più la consolazione di una forma riconoscibile, a riconoscere la vita per quel che è: un cammino in cui ogni passo può nutrirci o ucciderci. O magari nutrirci e ucciderci. Come succedeva in un passato non troppo lontano, quando un incontro, una passione ricambiata, poteva nutrire e uccidere a causa di una delle tante malattie allora incurabili contraibili attraverso il contatto.

Per scongiurare questa condizione elaboriamo da sempre sofisticati esorcismi in punta di logica, come questo di Epicuro: “Quando noi viviamo, la morte non c’è. Quando c’è lei, non ci siamo noi”. Ma gli esercizi di stile non cancellano la presenza della morte, accanto a noi in ogni momento.

Chiusi in casa, possiamo sentirci “come un insetto (…) trafitto da un ago di legno”, costretti o piegati a un’immobilità a cui affidiamo la nostra salvezza ma che per la barbona senza nome evoca, invece, la morte. Oppure, senza rompere l’isolamento decretato dal governo, possiamo cercare di trasformare l’immobilità in una linea di fuga sul posto. Non è questo che fa ogni giorno anche lei, la “fuggiasca intabarrata” davanti alla stazione della metropolitana? Forse anche il suo è un esorcismo, ma non ostenta superiorità sulla morte. E, nel rivelare tutta la sua fragilità, chiama alla pietà. Mi ricorda una barbona che vive sotto la tettoia di una stazione della tranvia che mi porta a casa. Ci vive da anni e da qualche mese ha cominciato a parlare da sola a voce alta. Una volta l’ho vista mettersi lo smalto alle unghie delle mani: non ho mai ammirato tanto qualcuno. La vita – questo cammino in cui procediamo a tentoni cercando un ordine che contrasti il caos – non ha pietà dei più deboli, noi possiamo averla. Praticare la pietà ci rende quel che siamo: umani. E ci aiuta a far pace con la condizione che ci accomuna.

Alla Biennale di Venezia del 2007 un artista cinese, Yang Zhenzhong, presentò una video-installazione in cui persone di ogni età e di ogni parte del mondo, guardando in macchina, dicevano: “Io morirò”. Nient’altro. A questo ci richiamano – credo – i giorni che stiamo vivendo: non alla paura di morire per un virus ma al coraggio di posare lo sguardo sulla nostra compagna di cammino. Nella speranza che Friedrich Hölderlin avesse ragione quando scriveva: “Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”. Non dalla morte ma da una vita non vissuta.

Andrea Nanni

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